IL TERREMOTO DEL 1928

 

Tratta da "La voce della Val d'Arzino" del settembre 1962, trascriviamo la relazione che il Sindaco di Vito d'Asio, signor Gio:Batta Gerometta, diresse in data 8 aprile 1930 al Partito Nazionale Fascista di Udine, a riguardo della "Attività morale e materiale svolta in Comune di Vito d'Asio, pro terremotati 1928".

Marins, lavori di ricostruzione dopo il terremoto del 27 marzo 1928.

Il terremoto ebbe il suo epicentro nella catena settentrionale delle Prealpi Carniche, dove l'intensità raggiunse il 10 grado. L'area megasismica si estese da nord a sud, perpendicolarmente ad una struttura geologica (piega o faglia) che passa per Alesso - Marìns - Tramonti di Sopra. La borgata di Marìns quindi fu particolarmente sinistrata dalla rapacità del sisma, trovandosi all'interno di questo sistema geodinamico.

Casa dei Marins puntellata dopo le scosse.

 

Terremoto del 1976

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Il tremendo terremoto del 27 marzo 1928, che apportò tante rovine nella bassa Carnia, distrusse pure in parte e parte lesionò seriamente, l'abitato intero della borgata Marins e danneggiò quella dei Galanz in S. Francesco, frazione di questo Comune. La sera stessa del disastro, i vecchi, le donne, i ragazzi ed i bambini, circa un centinaio e più, vennero trasportati ad Anduins e Casiacco, ove ebbero immediatamente amorevole ricovero, mentre gli uomini rimasero sul sito per porre in salvo le loro robe, per il governo degli animali e per altre bisogna. La Regia Prefettura, e più specialmente codesta Spett. Federazione, furono pronte nel prestare valido, anzi generosissimo soccorso agli sventurati, largheggiando, col mio mezzo, in più volte dei sussidi pecuniari che sommano a L. 57.594. Ebbi pure da terzi altre oblazioni per L. 2.000, senza contare le offerte in generi diversi.
Il giorno seguente al flagello, avevo già improvvisate tre cucine pronte ad ogni bisogno, una ad Anduins, l'altra a Casiacco e la terza a S. Francesco, che per una cinquantina di giorni funzionarono egregiamente. Non lasciai mai mancare il latte, la carne ed anche il vino. A Pasqua dispensai anche la focaccia. La mia personale sorveglianza fu assidua, ininterrotta, quotidiana. Oltre che recarsi a Casiacco ed a S. Francesco, distanti tra essi diciassette chilometri, mi spinsi ancora sino alla borgata di Pozzis di Verzegnis, semidistrutta, che nello smarrimento dei primi giorni era purtroppo dimenticata. Ebbe da me il trattamento uguale, su per giù, alla popolazione di S. Francesco. Nei soccorsi feci pure pervenire al Canale di Cuna, frazione di Tramonti. Ritornata la calma, pensai a scegliere il posto adatto per le nuove costruzioni. Feci più trasferte per poter ottenere dai minuscoli proprietari, non terremotati, la cessione volonterosa dei fondi occorrenti, a prezzi da stabilirsi. Vi riuscii. Mi fu di valido aiuto la cooperazione dell'egregio geometra Sig. Sostero che, al mio fianco, prestò la opera sua per facilitare l'assunto del Genio Civile di Tolmezzo, mettendo a disposizione dello stesso la sua mappa col catasto. Sorsero come per incanto nove nuovi fabbricati per 18 famiglie e furono altresì solidamente riparate le case lesionate. A lavoro compiuto, assistetti al collaudo; indi mi prestai per comporre i singoli assegni delle case ai nuovi abitatori e ne feci personalmente la consegna, per incarico del Genio Civile. Sparite le vecchie e cadenti catapecchie di borgo Marins, sorge ora la nuova borgata più a Sud, in bellissima posizione, si che in verità pare un luogo di villeggiatura. La popolazione tutta, conserva spirito morale e patriottico molto elevato e si addimostra riconoscentlsslma per i benefici ricevuti. Ed io, per dare ad essa soddisfazione, ho provveduto la Canonica delle Bandiere Nazionale e Pontificia. E perché superiori disposizioni prescrivevano l'atterramento dl alcune pericolanti abitazioni, nelle località colpite, mi recai personalmente a Tolmezzo, col Segretario Politico e col Sig. Tosoni da S. Francesco, vice Giudice Conciliatore, per ottenere, come ottenni, dal Genio Civile, che queste, debitamente riparate, fossero convertite in stalle con fienile, tanto necessarie. Ottenni pure che il pagamento dei fondi espropriati per le nuove case, fosse assunto dallo Stato. Ma a S. Francesco però mancava un altro lavoro, io direi indispensabile ed altrettanto urgente: la Chiesa della Curazia, piccola, nuda, disadatta per la ristrettezza e per la sua vetustà. Edificata verso il tramonto del '600, per le subite scosse telluriche minacciava imminente rovina. Il coperto era puntellato da otto antenne. Si pensò al riatto, ed alla costruzione del nuovo presbiterio e della sacrestia, ma la popolazione tutta, povera, povera, non avrebbe potuto affrontare la spesa. Confidando essa però nell'aiuto della Provvidenza e nel soccorso dei buoni, affidò la esecuzione del lavoro all'impresa Ing. Masieri, la stessa impresa che costruì le nuove abitazioni, e l'opera ebbe felice termine. Per sopperire alla spesa che ammonta a L. 40.000 circa, quella religiosissima popolazione ha battuto tutte le porte possibili e immaginabili: al Vescovo, al Papa, al Duce, a me più che a tutti, a voce e per iscritto, e continuamente. Ebbe da Mons. Vescovo circa L. 7.000, che furono raccolte in Diocesi pro terremotati. Dal Pontefice ebbe L. 2.000. Nulla ancora ebbe dal Governo. Presi in considerazione la supplica presentatami, firmata da tutte le famiglie terremotate, ed elargii in varie riprese la somma di L. 7.100 che tengo coperta da regolari quietanze. E per accogliere benignamente una seconda supplica, mi sono altresì obbligato per altre 4.000 lire, per la costruzione dell'unico Altare di quella Chiesa, essendo il vecchio, ridotto affatto inservibile. Ora il Curato celebra su provvisoria Mensa, nella navata. Le "suppliche" saranno pure da me "in originale" allegate al conto finale. Resta da riattarsi ancora, nella casa canonica di S. Francesco, un pavimento con sopra terrazza, staccatosi dal muro, per le ripetute scosse telluriche. Ho incaricato per il preventivo un capo muratore. Occorrono, tra l'altro, due putrelle per sostegno. La spesa si aggirerà sulle L. 500.
C'è purtroppo ancora, tra altre, una povera famiglia, da S. Francesco, dimenticata: Menegon Giovanni, in località Bearzut, la cui casa minaccia rovina. Penso di passarle un sussidio a riatto avvenuto. A Pielungo, pure molte famiglie poverissime, ebbero le loro abitazioni più o meno seriamente lesionate dal flagello e reclamavano perciò un qualche soccorso. Passai L. 1.000 all'ex Assessore di lassù, Sig. Maria Antonio ed al vecchio Fascista Cedolin Mattia, affinché col consiglio del Parroco, fossero distribuite tra le famiglie colpite, le più indigenti. La terza lista che sarò per spedire, va dai n. 1 al n. 24 inclusivo, e porta la somma intieramente coperta da quietanze sempre pronte, in L. 11.340. Rimanenza di cassa L. 7.905,76. Tengo altri impegni formalmente assunti: l'oblazione per l'Altare della Chiesa di S. Francesco, che al momento non posso precisare, e qualche conto da saldare. Siamo quindi agli sgoccioli. Tra breve farò tenere conto completo.... Faccio presente che per tutte le mie prestazioni, comprese le non poche spese borsuarie, non ho mai "fin qui" esposta nessuna cifra, né mi sono valso della minima somma per uso privato. Danaro e contabilità sono stati tenuti esclusivamente da me, a casa mia. Ho pertanto il conforto di poter asseverare (e l'intera popolazione di S. Francesco lo conferma, nessuno eccettuato) che non ho mai risparmiato fatiche e disagi per venire in aiuto ai disgraziati, In ogni frangente
Con tutto ossequio dev.mo

f.o Gio:Batta Gerometta